Castagnola Ieri

LA VITA DI ALLORA

Nel passato Castagnola era un paese abbastanza popolato. Già negli ultimi decenni del 1700 si registravano in media da quattro a sei nascite all’anno, anche per tutto il 1800 e fino alla meta del 1900. Nel 1899 i nati furono 6 nel 1900 furono 7, nel 1901 furono 8 e nel 1931 furono 12. In quel tempo però era molto alta la mortalità infantile che colpiva i bambini dal primo all’ottavo anno circa.

La popolazione è andata crescendo con notevole rilevanza fino al 1950, dopo di che è iniziata l’emigrazione come in tutti i paesi della Garfagnana. In cerca di lavoro più redditizio dell’agricoltura, intere famiglie si sono spostate verso le grandi città della Toscana e della Liguria.

Per chi viveva qui allora, la vita era molto dura e disagiata, per mancanza di opere pubbliche e per i pesanti lavori che si dovevano svolgere.

La strada carrozzabile Gramolazzo-Piazza al Serchio, che prima della costruzione della diga passava alla Tintoria vecchia (ora scomparsa), fu fatta verso la fine del 1800 e fino ad allora la gente viaggiava per tortuose mulattiere e piccoli sentieri. La strada carrozzabile arriverà in paese solo nel 1960. La corrente elettrica verrà data nel 1951 e fino ad allora si usavano i lumi a petrolio e l’acetilene.

Per il fabbisogno idrico quasi tutte le famiglie avevano delle cisterne dove veniva raccolta l’acqua piovana mentre quella potabile veniva presa da un unico pozzo dal quale, si attingeva con una pozzaiola di rame appesa ad una catena che scorreva in un carrucolone. Durante il periodo estivo, il pozzo si prosciugava e allora si andava a prendere l’acqua alla sorgente dei Laghi che dista dal paese circa due chilometri.

L’acquedotto che portò l’acqua di questa sorgente vicino alle case del paese fu fatto nel 1949, con la manodopera gratuita di tutti i paesani. L’acquedotto che porta l’acqua dall’Umbriana tutt’oggi esistente fu fatto nel 1967, in quella data finalmente l’acqua arrivò nelle case.

Fino al 1820 non vi era a Castagnola una scuola pubblica per imparare a leggere e a scrivere. L’unico maestro era il parroco che insegnava logica, matematica, grammatica teologia ed i misteri della fede, non aveva paga, ma solo qualche regalo per Natale. L’insegnamento del catechismo ai fanciulli veniva impartito il sabato o la domenica. I ragazzi erano ammessi alla prima comunione a undici o dodici anni e la solenne cerimonia veniva celebrata nella Settimana Santa.

Il lavoro giornaliero di allora era molto duro e faticoso, durante l’anno venivano poi fatte le “grosse faccende”, di alcune delle quali vorremmo palare, ad esempio della battitura del grano.

Si cominciava all’alba col portare i covoni del grano in un aia, stendendolo al sole perché si sgranasse meglio. Dopo mezzogiorno proprio nell’ora del solleone avveniva la battitura, e su di un tavolato eretto in mezzo all’aia, si battevano con forza i covoni ad uno ad uno e il grano schizzava via restando soltanto la paglia. Battevano fino a sera uomini e donne, sudati e pieni di polvere. Il grano, si portava poi a spulare in un posto ventilato, e le donne, dalla vassoia ripiena che tenevano sulla testa, lo lasciavano cadere a pioggia. Il vento portava via la pula e il grano cadeva pulito e pronto così, da portare al mulino.

Un altro lavoro faticoso era la pesta delle castagne, perciò a pestare si chiamavano gli uomini più robusti del paese. Quando le castagne erano diventate secche, dopo molto fuoco fatto nel metato, si buttavano giù dal canniccio e se ne metteva una vassoiata in un sacco di tela che veniva attorcigliato all’estremità. I due battitori, dopo averlo sollevato in alto lo battevano energicamente sopra il “ceppo”, costituito da un grosso tronco che raggiungeva anche un metro di diametro. Ad ogni colpo il sacco veniva fatto girare su se stesso e dopo parecchie botte le castagne rimanevano spogliate delle bucce, venivano poi spulate a mano dalle donne, con le vassoie. Dopo questo ultimo atto le castagne uscivano belle pulite e bianche pronte per la macinatura.

Altra bella faticata si doveva sostenere in occasione dell’aratura e della semina dei campi. Generalmente si effettuava in autunno per la semina del grano e in primavera per la semina del granturco. Tale operazione si faceva con due buoi, ma in mancanza di questi si usavano due mucche, che a volte venivano chieste in prestito ad una famiglia vicina. Si cercava di accoppiare due bestie ben affiatate che avevano già lavorato insieme. Si collegavano tra loro con il “giogo” a cui si attaccava l’aratro, che era fatto di legno con la punta di ferro, per meglio penetrare tra le zolle della terra.
A svolgere questo lavoro bisognava essere in due; uno doveva condurre le mucche nella direzione giusta dei solchi, e l’altro doveva sorreggere e guidare l’aratro, tirato dai mansueti bovini. Prima di effettuare l’aratura si provvedeva a portare il concime dalle stalle con le bestie da soma, e si stendeva minuziosamente su tutto il terreno. Appena finita l’aratura si iniziava la semina. Per il grano si provvedeva a cospargere la seme, gettandola a mano, in modo omogeneo su tutta la superficie del campo. Mentre per il granturco, era necessario fare i solchi con le zappe, successivamente veniva riposta la seme e poi ricoperta con la terra.
Per quanto riguarda i piccoli spazi dove generalmente venivano seminate le patate, o si facevano gli orti, si provvedeva a vangare il terreno con metodo e molta cura.

Una bella faticata spettava alle donne quando facevano il bucato, per il quale impegnavano quasi due giorni. In un’apposita conca di terra cotta, veniva messa la biancheria coperta con dei teli, vi si metteva sopra un bello strato di cenere e poi si cominciava a versarci paiolate di acqua, dapprima tiepida e man mano sempre più calda fino a metterla bollente. L’acqua che fuoriusciva dal buco sul fondo della conca (dove era stata infilata una cannella) era chiamata “lesciva”, e veniva riscaldata e rigettata sopra più volte. Si lasciava poi scolare per tutta la notte e il giorno dopo, messa la biancheria in una paniera, se la caricavano sulla testa e la portavano a risciacquare al fiume, li veniva sbattuta sulle pietre fino a renderla bianca.

Vista da un altro aspetto la vita di allora aveva però i suoi lati positivi. Alla gente bastava poco per essere felice ed aveva meno esigenze di adesso.

Ad esempio chi si sposava, metteva su casa senza che ciò comportasse grandi spese ma gli bastavano due stanzette per viverci e i figli venivano numerosi.

C’era poi più comunicativa tra i paesani, le visite tra una casa e l’altra si facevano familiarmente e la sera, si usava andare a veglio, cioè a trascorrere le serate insieme davanti al focolare mentre le donne si davano da fare nel lavorare a maglia e nel filare. Nelle piovose serate d’autunno restavano a veglio nei metati, e tutti raccolti intorno al fuoco mangiavano mondine e ballucci raccontandosi dei fatti del giorno, storie e avvenimenti del tempo.

Erano allora molto assidui nel seguire tutte le funzioni religiose: rosari, tridui, novene, processioni, ecc.. Vi era a Castagnola anche una Compagnia religiosa detta del S.S. Sacramento, istituita per accompagnare il Santissimo nelle processioni del Giovedì Santo, del Venerdì Santo, del Corpus Domini e dell’ottava del Corpus Domini, e per portare l’Olio Santo agli infermi. La Compagnia aveva proprie leggi e regolamenti, approvati nel 1618. Possedeva inoltre beni propri che furono sottratti nel 1808, dal governo del tempo che ne pretendeva anche lo scioglimento. Nonostante questo la Compagnia, nel 1820 ancora esisteva e continuava le sue funzioni.

Per tre giorni consecutivi prima dell’Ascensione si facevano le “Rogazioni” che erano seguite da tutti. Dette rogazioni erano vere e proprie processioni con un itinerario fisso, che iniziavano all’alba di ogni giorno e si snodavano per le campagne nei vari versanti intorno al paese. Durante il percorso si effettuavano quattro o cinque fermate nei pressi di precisi posti tappa, evidenziati da una croce piantata sul terreno o da una maestaina. In queste sacre processioni venivano cantate le litanie dei Santi e usava portare in corteo crocefissi, gonfaloni e acqua santa, per benedire campi e poderi e proteggerli dai terremoti, dalla peste e dalla guerra, affinché il raccolto di quell’annata, potesse andare a buon fine. Quando la processione partiva e quando arrivava, venivano suonate le campane a festa.

Nelle festività la Santa Messa veniva sempre cantata e il coro composto dalle grosse voci di tutti gli uomini, come alcuni anziani ricordano, era maestoso.

Molto diffuso era in quel tempo anche il culto delle Maestaine, forse perché il sentimento e la cultura religiosa erano molto più forti di oggi. Infatti ogni famiglia costruiva o faceva costruire una maestaina, per poi murarla in una facciata della propria casa o sopra un portale. La figura classica della maestaina è la Madonna con il bambino, ma si trovano anche figure di santi e immagini sacre ricavate da scenari biblici. Venivano custodite con cura e con passione, poiché essendo oggetti di un certo valore, potevano essere facili prede di qualche ladruncolo malintenzionato.

Un episodio di questo genere capitò anche ad una maestaina posta nelle vicinanze del paese, raffigurante le anime del purgatorio, che scomparve misteriosamente.

Dopo qualche tempo, durante un pellegrinaggio al santuario di san Pellegrino in Alpe, alcuni abitanti di Castagnola riconobbero la loro maestaina, nella strada sopra il paese di Chiozza frazione di Castiglione Garfagnana. Tornati in paese e raccontato il fatto, i più anziani organizzarono una spedizione notturna per riprendersi quella sacra immagine, scolpita su marmo, che era stata trafugata. Fu riportata in paese e riposta su una base a pilastro appositamente restaurata.

Secondo le usanze di quel tempo anche Castagnola aveva i suoi “cantori del maggio”, i quali con i relativi e vari costumi, si recavano a cantare anche nei paesi vicini.

Una tradizione bella e romantica, che raccontata oggi può sembrare una favola, era lo svago della gioventù. Le ragazze conducevano al pascolo le bestie, portandosi appresso il lavoro e filavano, ricamavano oppure cucivano o rammendavano; i giovanotti per piantare il lavoro nei campi e andare a fare “un’oretta” con la loro bella, una scusa la trovavano quasi tutti i giorni. La domenica poi, sempre con le bestie al pascolo, le ragazze si riunivano a gruppi, e per attirare l’attenzione dei giovanotti intonavano dei canti, e questi ultimi, in gruppi pure loro, andavano a corteggiarle.

Era un’usanza di quel tempo che per la domenica della Libertà, le ragazze innamorate preparavano un buccellato o una ciambella al fidanzato. Il fatto che di seguito ci appresteremo a narrare è realmente accaduto, e per la sua dinamica ci è sembrato simpatico raccontarlo e intitolarlo con la classica frase “non tutte le ciambelle riescono col buco”. Siamo negli anni ‘40 nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, e tre giovani donzelle, si apprestavano a preparare il buccellato al moroso. Come prima detto eravamo durante il periodo della guerra, gli alimenti venivano razionati e si potevano comprare solo con appositi bollini (tessere) che il negoziante pensava a staccare, quindi si cercava di acquistare per la maggiore generi di prima necessità. Le nostre tre graziose signorine: Ada, Elisa e Marianna, poiché la materia prima scarseggiava, decisero di mettersi insieme per preparare i buccellati. Si ritrovarono a casa della zia di una, che gentilmente mise a loro disposizione le teglie e le uova. Una delle tre portò la farina, una lo zucchero e una rimediò la legna per scaldare il forno. Con tutta la buona volontà prepararono l’impasto, imburrarono le teglie e scaldarono il forno. Pulirono accuratamente tre barattoli vuoti del caffè che riposti al centro della teglia servivano a ottenere il famoso buco della ciambella, e li misero ad asciugare sulla cappa del camino. Al momento di rovesciare l’impasto nelle teglie, qualcuno bussò alla porta, e le tre comari, forse impaurite di essere sorprese a lavorare in cooperativa, cercarono di accelerare i tempi. Arraffarono tre barattoli sul camino, li riposero nelle teglie e leste leste versarono l’impasto e le portarono verso il forno. Appena capito che a bussare era stata la padrona di casa, tutto tornò tranquillo, con cura infornarono le ciambelle, senza dimenticarsi la ruvida crocetta del buon augurio, tracciata sulla piastra del forno con un carboncino. Si misero poi a sorvegliare il forno, perché poteva capitare, che qualche ladruncolo malintenzionato o per scherzo o per necessità , svuotasse il forno anche prima del termine della cottura. La dolce attesa però fu interrotta da un gran boato, causato dall’esplosione del forno a legna, che fece schizzare pezzi di calce e mattoni ad una distanza di circa dieci metri. Immaginatevi lo stupore e la preoccupazione delle tre ragazze salve per miracolo, che così pazientemente avevano collaborato e in un attimo videro andare letteralmente in fumo tutto il loro lavoro. Il fatto è presto spiegato, la fretta aveva giocato loro un brutto tiro. Infatti arraffando i barattoli posti sul camino, ne avevano preso uno ricolmo di polvere da sparo, che il proprietario di casa, Sig. Fantoni, dilettante pirotecnico, teneva nel luogo più asciutto, per poi preparare artistici fuochi d’artificio. L’alta temperatura del forno aveva fatto tutto il resto. Il forno è ancora lì, distrutto come allora, non è mai stato riparato, forse perché convenne farne uno nuovo o forse per lasciare una testimonianza alle giovani signorine, che prendendo esempio dal simpatico episodio, non devono lasciarsi prendere dalla fretta, quando sono intente a preparare qualcosa di buono ai loro innamorati.

Durante le feste, al suono della fisarmonica i giovani ballavano di giorno sotto i castagni e la sera nelle aie al chiaro di luna, ogni ragazza andava accompagnata dalla madre che finiva col ballare pure lei. Finito il ballo i giovanotti un po' brilli restavano a cantare per le vie del paese fino a tarda notte.

Una bella tradizione tramandatasi di padre in figlio, era la costruzione dei Falò.
Si iniziava i primi giorni del mese di dicembre con il piantare la “pertica” o “tempia” sul colle più alto del paese. All’estremità della pertica, fatta con un grosso palo della lunghezza di dieci dodici metri, si metteva il “ciuffetto”, costituito da un piccolo ginepro o da una piccola fascina di ginestre.
Si iniziava poi a tagliare gli arbusti che crescono nel sottobosco come ginepri, scope e ginestre, che riuniti in fasci si portavano nei pressi del falò. Successivamente aveva atto la seconda fase del lavoro: la tessitura; che consiste nel disporre le fascine dei vari arbusti intorno al palo in modo circolare, facendo assumere al falò un aspetto più cilindrico possibile.
La costruzione durava una ventina di giorni, poiché per la vigilia di Natale, tutto doveva essere finito. Infatti alle ore 18 del 24 dicembre, dopo il suono delle campane che intonavano l’Ave Maria, si appiccava il fuoco a queste grosse cataste di legna.
Si creava una vera e propria competizione tra i vari rioni del paese che costruivano ognuno il suo falò. I criteri di valutazione di questa gara puramente figurativa, non erano soltanto l’altezza e la bellezza esteriore del falò ma anche la durata e l’omogeneità delle fiamme durante la fase dell’accensione.
Il significato di questi falò, che nell’antichità costituivano sicuramente un rito pagano, è nei giorni nostri quello di creare calore, per riscaldare il bambino Gesù che sta per nascere.
Questa bella tradizione si è mantenuta, anche se in tono minore, infatti di falò oggi a Castagnola se ne costruisce soltanto uno, e questo è dovuto esclusivamente al calo di popolazione. Anche nei paesi vicini di Agliano, Gramolazzo, Verrucolette e Gorfigliano è una tradizione la costruzione dei falò, che in alcuni paesi vengono chiamati Natalecci, e in questi paesi ancora oggi ne vengono fatti alcuni veramente giganteschi.

La zona era allora molto ricca di cacciagione, vi erano molti uccelli e lepri annidiate dappertutto, e i giovani si dedicavano alla caccia e il risultato era ottimo e ogni volta si finiva con una bella mangiata tra amici.

Anche la pesca era molto praticata con ottimi risultati. Il sottostante fiume era ricco di pesci, soprattutto trote nostrane che venivano pescate anche a mano.

Nei grossi bozzi del fiume andavano poi a fare il bagno tutti i ragazzi e giovanotti, sguazzando insieme nell’acqua limpida e corrente, imparando a nuotare e divertendosi molto.

Con la costruzione della diga il corso del fiume restò asciutto e la fiorente attività della pesca e il divertimento terminarono.

Castagnola conta oggi, compresa la Tintoria, 29 famiglie per un totale di 79 abitanti. La maggioranza delle persone è anziana e pensionata, mentre la popolazione attiva risulta essere soltanto il 20%.

Il centro storico del paese è stato completamente ristrutturato, mantenendo però immutato, il vecchio stile delle costruzioni in pietra.

Della gloriosa attività artigianale ed agricola di un tempo resta oggi ben poco, due pastori con non più di cento pecore e tre o quattro mucche.

Ma Castagnola ha una ripresa ottima durante l’estate, infatti nel periodo delle ferie, tutti ritornano volentieri al proprio paese. Così le case vuote in inverno si riempiono di parenti e amici, che vengono a Castagnola per godersi un mese di tranquillità e di aria pura.

Oltre però le antiche e storiche bellezze, Castagnola dall’alto del colle, vanta una notevole e forse unica visione panoramica verso l’intera valle della Garfagnana e verso le Alpi Apuane che si rispecchiano nelle acque del Lago di Gramolazzo.

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